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Archive for the ‘storia’ Category

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Gli scavi e l’area archeologica di Kaulon

imagesI primi scavi vennero effettuati nel 1911-1913 dall’archeologo Paolo Orsi, all’epoca Soprintendente ai Beni Archeologici della Calabria e co-fondatore del Museo della Magna Grecia.
La struttura della città prevedeva l’esistenza di un centro urbano principale, cinto da mura e posto al livello del mare, all’interno del quale era presente un tempio dorico, di cui ancora oggi sono visibili le fondamenta. Secondo gli studi effettuati, alla costruzione di questo tempio avrebbero verosimilmente partecipato maestranze provenienti da Siracusa, data l’alta quantità di calcare siceliota.

L’area antistante il tempio, attualmente coperta dal mare, era altresì occupata dal centro abitato, come testimoniato dai reperti ivi ritrovati, e che evidenziano la progressiva erosione della costa nell’area.monasterace-kaulon
I numerosi reperti archeologici provenienti dagli scavi effettuati sul posto sono per lo più esposti al Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria. Di particolare rilievo sono due mosaici di eccezionale fattura, entrambi raffiguranti un drago, uno dei quali copre un’area di 25 mq ed è quindi considerato “il più ampio mosaico ellenistico reperibile al Sud”. Entrambi i mosaici sono attualmente esposti presso il Museo di Monasterace.

Il ritrovamento del 23 Luglio 2013

Il 23 luglio 2013 l’archeologo Francesco Cuteri e la sua equipe scoprono  uno dei mosaici più grandi mai rinvenuti del periodo ellenistico della fine del IV secolo avanti Cristo, che ricopre un’area di circa 35 metri quadrati. É stato ritrovato tra le rovine di quella che doveva essere una struttura termale. Il mosaico si articola ulteriormente in 9 quadrati policromi, e un altro spazio con una rosetta policroma all’ingresso della stanza.

992814_182699965237690_201075459_nLo scorso anno furono trovati alcuni riquadri raffiguranti un drago ed un delfino.

Gli altri riquadri scoperti quest’anno raffigurano un piccolo delfino, un nuovo drago ed un grande delfino che fronteggia il drago scoperto lo scorso anno.

L’ambiente è stato ribattezzato “La sala dei draghi e dei delfini” e la scoperta conferma che ci si trova in presenza di uno dei più grandi mosaici ellenistici di Magna Grecia, con una estensione di circa 30 metri quadrati.

La sua cronologia oscilla tra la fine del IV ed i primi decenni del III sec. a.c.58195_182982945209392_2106927667_n

Ai lavori, coordinati dall’archeologo Francesco Cuteri, stanno partecipando studenti provenienti da università italiane e dall’ateneo di Bahìa Blanca, in Argentina.

La direzione scientifica è di Maria Teresa Iannelli, della Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria

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Torre Melissa

A Melissa, quella mattina del 30 ottobre del ’49, tutto il paese si spopolò; donne, uomini e bambini si raccolsero a gruppi di famiglie nel largo attorno al castello. Le donne, si divisero i compiti, alcune portarono i barili dell’acqua, le altre le ceste di viveri, chi possedeva aveva dato anche per chi non possedeva, non era giorno in cui si potesse digiunare, quello! Gli uomini erano armati solo degli attrezzi della loro fatica. Partirono senza nemmeno chiudere l’uscio, non c’era nulla da rubare a Melissa. Discesero sul fondo di Fragalà, di proprietà del barone Berlingeri, a piedi o in groppa alle cavalcature, per lavorare i terreni lasciati incolti da moltissimi anni. Quella stessa mattina i poliziotti salirono a Fragalà, mentre i contadini continuarono a zappare ed arare le terre lasciate fino al quel giorno incolte, sicuri che le forze dell’ordine non li

Ernesto Treccani

avrebbero attaccati. Alla vista delle prime divise le donne raccolte in gruppo gridarono all’unisono «Viva la polizia del popolo», ed ancora «Vogliamo pane e lavoro». Ma i poliziotti si schierarono a semicerchio e la risposta fu un lancio fitto di bombe lacrimogene, poi i braccianti vennero caricati, si scappava, si udirono raffiche di mitra. Immediatamente la notizia terribile si sparse per tutto il paese. Avevano sparato! Erano caduti dei contadini e non si sapeva quanti: tutti avevano qualcuno laggiù, o il marito o il figlio o il fratello… Francesco Nigro cadde per primo a 29 anni, Giovanni Zito ad appena 20 anni ed una giovane donna di sole 24 anni, Angelina Mauro, ferita mortalmente, morirà qualche giorno dopo all’ospedale di Crotone. Molti altri furono seriamente feriti.  I fatti di Melissa ebbero una grande risonanza in Italia ed all’estero. La stampa, la cultura e l’arte cominciarono ad occuparsi di Melissa.

Il monumento ai caduti di Fragalà

Il vino Fragalà prodotto dalle Cantine Riunite del Cirò e del Melissa

Ernesto Treccani, artista milanese, figlio del fondatore dell’omonima enciclopedia,  ha avuto uno stretto rapporto con le lotte per il riscatto delle terre da parte dei contadini. Una lotta che ha ispirato l’opera dell’artista, come i fatti accaduti il 29 ottobre del 1949 nella zona di Fragalà, a Melissa.  Ernesto Treccani fu da subito vicino ai contadini e già nel novembre del ’49 si recò a Melissa interessandosi in prima persona dei problemi degli abitanti della zona. Il drammatico episodio ispirò anche alcune delle sue opere, racchiuse nel ciclo “Da Melissa a Valenza“. Il suo interessamento fu ricambiato dalla popolazione di Melissa, che elesse Treccani a consigliere nel Comune di Melissa con a capo il sindaco Mario Alicata. Nel 1979, nell’anniversario dei fatti, Treccani tornò a Melissa e fece omaggio alla cittadinanza di un monumento ai Caduti di Fragalà. Alla cerimonia partecipò anche il presidente della Camera Nilde Jotti e autorità politiche calabresi. Fragalà, località simbolo delle lotte contadine, rimane un nome carico di ricordi che adesso diventa un vino rosso,  forte come quelle genti che lottarono,  testimone di un territorio che vive dei prodotti della terra.

Fonte: http://www.comune.melissa.kr.it

Fonte: http://www.cantineciromelissa.it

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Città della Magna Grecia in Calabria

La prima Italia

“Secondo i dotti un certo Italòs diventò re degli Enotri e da lui prese la denominazione di Italia tutta quella penisola d’Europa compresa tra i golfi Scilletino e Lametico, che distano fra loro mezza giornata di viaggio. Dicono pure che questo Italòs fece contadini gli Enotri che erano nomadi e dette loro altre leggi” Con queste parole Aristotele tramanda l’origine della denominazione di Italia. La prima “Italia” è dunque quella parte estrema e stretta della Penisola chiusa a nord dall’Istmo fra i golfi di Squillace e di S. Eufemia. In questa fascia di terra è possibile, attraverso la navigazione di due fiumi, il Corace e l’Amato, passare dal Mar Jonio al Mar Tirreno. La prima “Italia” rappresenta, dunque, il luogo dove Oriente e Occidente si incontrano attraverso un ponte di terra, aperto sullo Jonio alle rotte dell’Egeo e sul Tirreno alla navigazione verso i mari di Occidente, fino ai confini del mondo conosciuto.

La tradizione mitica: Ulisse nei mari d’Occidente

Le origini delle città della Magna Grecia in terra calabra

Omero

affondano le loro radici nel cuore stesso della tradizione mitica. Dei ed eroi intervengono nella loro fondazione, guidano il cammino dei guerrieri nelle rotte del Mediterraneo. Il linguaggio del mito racconta il lento cammino dell’uomo verso la conoscenza geografica di nuove terre e di nuovi popoli. Primo fra tutti fu l’epòs di Omero a dare forma poetica alle esplorazioni degli Elleni nel Mediterraneo Occidentale e già nel primo canto dell’Odissea di può leggere il nome di una città greca di Calabria: Temesa. Ancora nell’Odissea, nei racconti di Ulisse alla corte di Alcinoo, re dei Feaci, si possono ripercorrere le tappe di una geografia mitica della Calabria, anzi, secondo alcune interpretazioni, la reggia stessa di Alcinoo era situata nell’Istmo compreso fra i fiumi Amato e Corace, su quei lidi dove Ulisse naufragò per poi ripartire alla volta di Itaca.

A seguire il filo di questa colonizzazione leggendaria sulle coste calabresi, fanno guida i nostoi, ovvero i ritorni, racconti e poemi delle avventure vissute nei mari da eroi greci e troiani dopo la caduta di Troia alla ricerca di un approdo, di una nuova terra.

Parco archeologico di Roccelletta di Borgia (Skylletion)

A Temesa approdarono i discendenti di Naubalo; Menesteo, compagno di Ulisse, si fermò alla foce del Corace e fondò Skylletion. L”Iliade, l’Odissea, i viaggi degli Argonauti, la leggenda di Giasone fanno ripercorrere le tappe della storia stessa dell’umanità e aiutano ad identificare gli elementi di una verità storica che ogni mito nasconde. Leggere fra le righe di queste leggende significa scoprire che molta di questa storia si è svolta nei mari calabresi, in quelle città che faticosamente gli archeologi stanno riportando alla luce.

(fonte: Itinerari della Magna Grecia – emme 21 edizioni 1996 – pubblicazione della Regione Calabria – Ass. al Turismo -)

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Calabria che non c’è: quando il Sud era il Nord

“Fresca profonda verde foresta. La luce vi è mite, delicatissima, il cielo pare infinitamente lontano; è deliziosa la freschezza dell’aria; in fondo al burrone canta il torrente; sotto le felci canta il ruscello … Si ascende sempre, fra il silenzio, fra la boscaglia fitta, per un’ampia via … Tacciono le voci umane … Non v’è che questa foresta, immensa, sconfinata: solo quest’alta vegetazione esiste. Siamo lontani per centinaia di miglia dall’abitato: forse il mondo è morto dietro di noi. Ma ad un tratto, tra la taciturna serenità di questa boscaglia, un che di bianco traspare tra le altezze dei faggi. Questa è Ferdinandea”.

Così la scrittrice Matilde Serao descrive la Ferdinandea, dopo essere stata ospite  nel 1886.

La Ferdinandea è una vasta tenuta di circa 3600 ettari, tra gli 800 e i 1400 metri di altitudine . compresa nei territori dei Comuni di Stilo, Bivongi, Brognaturo, Mongiana e Serra San Bruno, quasi interamente coperta da boschi di alto fusto, dove predominano il faggio e l’abete.  La Ferdinandea è meta turistica per i suoi percorsi naturalistici, ma del passato, quali ricordi? L’interesse naturalistico e paesaggistico dell’area si associa con quello storico: tenuta di caccia dei Borbone,  fu poi trasformata in centro siderurgico, con due opifici che lavoravano il minerale di ferro proveniente dalle miniere del vicino Monte Stella. Il vasto complesso della Ferdinandea, inaugurato nel 1833 da Ferdinando II di Borbone, da cui prende il nome, comprendeva il villino di caccia, la ferriera, la caserma, gli edifici residenziali e amministrativi, le scuderie e le stalle.  La Ferdinandea fu inizialmente residenza del capo delle Reali Ferriere della vicina Mongiana, vanto di Ferdinando IV di Borbone e create nei 1736.  Le ferriere di Mongiana erano un enorme complesso con tre altiforni alimentati dal legname delle estese foreste della zona, dove si producevano fucili e cannoni, mentre il minerale era estratto dalle miniere di Stilo e di Pazzano.  Il polo siderurgico della Ferdinandea si articolava, oltre che nella fonderia, in tredici ferriere sparse lungo il corso dello Stilaro e del Ruggero. La prima ferrovia italiana, la Napoli – Portici, inaugurata nel 1839, venne realizzata con i binari forgiati nelle fonderie della Ferdinandea. Alla caduta del Regno borbonico e con l’ inserimento del Meridione nello Stato Italiano,  fu progressivamente diminuita la produzione, privilegiando le industrie del Nord Italia.  Nel 1875 la ferriera venne acquistata dal senatore ex garibaldino Achille Fazzari che, dopo aver sfruttato quel che restava, chiuse l’impianto nel 1881.  Scomparve così un’azienda che era stata per il Regno delle Due Sicilie il primo e più grande polo siderurgico d’Italia.  Interessante dal punto di vista dell’ archeologia industriale, il territorio fa  parte dell’Ecomuseo  delle ferriere e fonderie di Calabria e del Parco naturale regionale delle Serre.

 VIDEO  -Speciali del TG1:

 Ferdinandea e Mongiana  -Archeologia industriale in Calabria


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Il vino in Calabria: Millenni di storia

La viticoltura in Calabria ha origini antiche. Le civiltà preesistenti erano già dedite ad una viticoltura rudimentale quando sulle coste della Calabria approdarono i Greci (744 a.C.), i quali promossero una viticoltura più evoluta, riconoscendo nella Calabria un territorio fertile, adatto alla produzione vitivinicola.

E fu così che gli stessi Greci chiamarono Enotria(Oinotròiquesta terra, nome che a prescindere dalle possibili diverse interpretazioni, ha comunque un legame innegabile con la parola oinos, vino.

Sibari divenne mercato vinicolo attivo e presto se ne aggiunsero altri, come Crotone e Locri. Che la vite costituisse un investimento è testimoniato da quanto riportato dalle Tavole di Eraclea in cui si afferma che i terreni a vite avessero un costo di affitto sei volte superiore rispetto agli altri terreni mantenuti con altre colture.

Poco si sa dei vini che venivano prodotti nella antica viticoltura calabrese. Noto è il vino di Biblina, un vino ottenuto da un vitigno originario della Tracia e coltivato dai Greci in suolo italico, da Siracusa fino al nord della Calabria. Altri vini di cui è riportata l’esistenza sono la Centula, il vino di Ciragio, il vino Pesciotta ed il vino Chiarello.

Nella viticoltura moderna i vitigni calabresi più importanti sono il Gaglioppo (padre del Cirò Rosso e Rosato ma anche del Melissa Rosso), il Greco Bianco (padre di numerosissimi vini DOC tra cui il Bivongi, il Cirò Bianco, l’omonimo Greco di Bianco, il San Vito di Luzzi, ecc.), il Montonico (padre del Bivongi, del Donnici e del Pollino), il Magliocco Canino, il Nerello, il Guardavalle, il Pecorello Bianco, la Guarnaccia, il Greco Nero ed i Prunesta (impiegato per numerosi vini IGT calabresi).

Fonte: www.cantineciromelissa.it

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L’Epopea dei ritorni e la nascita di Sellia Marina

La vita di Sellia Marina è strettamente connessa con la leggendaria città magno greca denominata Trischene. Quest’ultima compare in uno dei capitoli minori della cosiddetta “epopea dei ritorni”, ovvero il rientro in patria dei greci vittoriosi protagonisti della guerra di Troia e, parallelamente, la fuga e la diaspora dei cittadini troiani.

Narra la leggenda che, subito dopo la capitolazione di Troia, alcuni profughi guidati da Antenore  nel loro peregrinare nel Mediterraneo siano approdati su un tratto di costa compreso tra due fiumi, il Simeri (Marvotrinchison) ed il Crocchio (Arocha), più precisamente presso la foce del fiume Uria.

Nel gruppo dei fuggiaschi, inoltre, avrebbero trovato posto anche tre principesse troiane Astiochena, Attila e Edicastena, sorelle addirittura di re Priamo.

Affascinate dai luoghi, proprio esse decisero che qui doveva trovare conclusione la fuga degli esuli ed ordinarono l’edificazione di tre templi.Uno venne dedicato alla dea Pale, fu eretto su un terrazzo ed intorno sorse, in seguito, la città chiamata Palepolis prima e successivamente Uria, che nell’antico idioma frigio può essere tradotto come “adorazione”; il secondo edificio sacro, dedicato ad Hera, fu eretto sul Crocchio, mentre l’ultimo, dedicato alla dea Athena, su un’altura alla destra del fiume Simeri, orientativamente presso l’odierno Colle del Sindaco a La Petrizia.

Anche attorno agli altri due templi nacquero dei nuclei abitativi, che presero il nome rispettivamente di Herapolis ed Athenapolis.

Nel 400 d.C., sotto il regno di Arcadio, queste tre poleis crearono una confederazione che prese il nome di Trischene (Tres Scenai o Treis Schenè) ovvero città dei tre luoghi o tre chiese, in quanto il vescovo celebrava alternativamente le feste principali nelle tre chiese delle tre città confederate.

Vinta la seconda guerra punica (219-202 d.C.), Roma estese anche su Trischene il suo dominio. La città, sede vescovile, ormai densamente popolata per l’afflusso di genti latine e greche e finanche di monaci itineranti fuggiti dalla Palestina, continuò ad ingrandirsi, a munirsi di mura e torri e ad accrescere la sua ricchezza ed importanza, favorita dalla posizione adatta a traffici marittimi e terrestri.

La parabola discendente di Trischene iniziò con le incursioni saracene, che furono la causa principale della sua decadenza prima e della sua scomparsa subito dopo. Uria, da quanto riporta Ferrante Galas nella “Cronica” nel 1428, fu definitivamente distrutta tra VIII e IX secolo e pare riedificata nel 1117, per volontà dei Normanni, col nome di Santa Sofia di Castel Minerva.

Fonte:  Pro Loco di Sellia Marina www.prolocoselliamarina.it

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